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Sara Fruner presenta "La luce laggiù" (Neri Pozza, 2025)
Venerdì 28 novembre 2025, ore 17.30
Dialoga con l'autrice Giuseppina Coali.
Il libro è stato scelto questo mese dal Gruppo di lettura della biblioteca "Il piacere dell'incontro" ed i partecipanti dialogheranno con l'autrice in occasione della presentazione.
Per prenotare il tuo posto clicca qui o chiama il numero 0464/516115 o scrivi a biblioteca@comune.arco.tn.it

Sara Fruner, nata a Riva del Garda, laureata in inglese e specializzata in traduzione letteraria, ha abitato per gli ultimi nove anni a New York, dove è stata docente di italiano alla New York University e al Fashion Institute of Technology. Da pochi mesi abita a Firenze e, a partire da gennaio 2026, insegnerà italiano presso la Florence University of the Arts. A "L’istante largo", suo romanzo d’esordio (Bollati Boringhieri, 2020 e 2022), che le è valso il secondo posto al premio Nazionale Severino Cesari Opera Prima 2021, sono seguiti "La notte del bene" (Bollati Boringhieri, 2022) e "La luce laggiù" (Neri Pozza, 2025). In poesia alterna volumi in italiano e in inglese: Bitter Bites from Sugar Hills (Bordighera Press, 2018), Lucciole in palmo alla notte (Supernova, 2019), La rossa goletta (Crocetti, 2024). I suoi articoli di cinema, arte e letteratura sono apparsi sulle riviste La Voce di New York, CinematoGraphie, Magazzino 23, Brick, e dal 2024 tiene “Cine-gate”, una rubrica di recensioni cinematografiche sulla pagina culturale di Gate. Fra le sue traduzioni di prosa e poesia figurano opere di Dionne Brand, Monique Truong, Sello Duiker, Raj Rao, Marie-Helene Bertino, Jane Hirshfield e W. S. Merwin. È stata accettata in numerose residenze per scrittori e traduttori, fra cui Bogliasco Foundation, Emily Harvey Foundation, The Studios of Key West, Banff Center for the Arts, Übersetzerhaus Looren, Casa delle Traduzioni di Roma.
"La luce laggiù" è un romanzo che fa male al modo in cui fanno male le ossa quando si cresce. Ma è anche un coro di storie che congiungono vari angoli di mondo – Italia, Stati Uniti, Giamaica, Svizzera – e convergono in un finale potente dove casa, amore e cura trovano uno spazio inaspettato in cui coesistere.
Oltre alla fama internazionale, Moreno Mondo ha trovato nella fotografia un modo per fare silenzio intorno a sé e dialogare con la luce. Lo troviamo in una stazione. Ha appena fatto qualcosa di importante e ha perso il treno. Seduto su una panchina, aspetta il successivo, che però sembra non arrivare mai. In quel luogo sospeso, irraggiungibile per gli altri e lontano da dove dovrebbe essere, il tempo dell’attesa gli si spalanca di fronte come un dono: la possibilità di riguardare la propria vita e di soffermarsi su ciò che non ha potuto dimenticare. Il maledetto agosto del lago che lo ha sprofondato nel lutto e nella colpa. I primi passi con la macchina fotografica tra le mani. La madre, che plasma in statuette il dolore per trovarvi un senso. La fragile violenza del padre, intrappolato tra Far West e inadeguatezza. E poi la ventata di nuovo portata da Didi, con il suo bagaglio di traumi, sogni furiosi e abbandoni. Didi che è carnevale laddove Moreno è quaresima. Didi che in lui vede sempre quello che trova la luce nascosta nelle cose, il cercatore dei punti di rottura – la vera bellezza del mondo. La luce laggiù è un romanzo che fa male al modo in cui fanno male le ossa quando si cresce. Ma è anche un coro di storie che congiungono vari angoli di mondo – Italia, Stati Uniti, Giamaica, Svizzera – e convergono in un finale potente dove casa, amore e cura trovano uno spazio inaspettato in cui coesistere.
La notte se n’è andata. Ora è l’alba a guardarmi, da là in fondo, su questa panchina. Fra poco i treni riprenderanno a circolare. Il giorno riattaccherà il suo fare. L’attesa è giunta alla sua fine. C’è una luce, laggiù. Lunga, perfetta. Un ritratto già scattato. Darei la vita per una macchina fotografica.